Erdoğan, ancora una volta, è uscito vincitore dalle urne. Ma il 16 Aprile, allo stesso tempo, è stata una giornata che ha messo a nudo la fragilità del suo potere che, nonostante la vittoria, appare in bilico come non mai.

A dispetto di una impressionante macchina propagandistica, attivata sia in patria che all’estero, infatti, il risultato del referendum è stato in discussione fino all’ultimo, palesando un testa a testa, in cui il vincitore l’ha spuntata per una manciata di voti. Cosa che molti analisti non avevano messo in conto.

Turkey holds constitutional referendum

Il rais le ha provate tutte per silenziare l’opposizione, mettendo in campo una feroce repressione che ha colpito qualsiasi voce critica. Solo per fare alcuni esempi eclatanti basti ricordare che sono ancora in carcere i due co-presidenti dell’HDP (Partito democratico dei popoli) maggiore formazione di sinistra e pro-curda del paese. Inoltre la Turchia registra il triste record del maggior numero di giornalisti in galera, ben 153, tra cui spicca anche un corrispondente del quotidiano “Die Welt” Deniz Yucel, tedesco di origini turche, da Febbraio in isolamento nella prigione di Silivri. Un caso che ha attirato l’attenzione della Germania e della comunità internazionale sulla situazione molto critica della libertà di espressione in Turchia.

A questo si è aggiunto un altro caso di un giornalista europeo fermato dalla polizia turca. Si tratta di Gabriele Del Grande, reporter indipendente italiano da anni impegnato sul tema delle migrazioni e sulla situazione in Siria, che da diversi giorni si trova ristretto a Muğla dopo essere stato fermato nella città di Hatay. Nel rivendicare, giustamente, la sua liberazione, così come quella di Yucel, non bisogna però dimenticare le centinaia di colleghi turchi e curdi sotto attacco quotidiano. Ormai ogni giorno vengono chiusi siti internet, blog, giornali, con le forze dell’ordine che irrompono in maniera violenta nelle sedi di moltissime testate giornalistiche. Ultimo caso in ordine di tempo la violenta irruzione della polizia nella sede del portale Sendika.org, sito indipendente di sinistra, punto di riferimento per il monitoraggio delle lotte nel mondo del lavoro. Il direttore di questo importante portale è andato ad aggiungersi alla lunga lista dei nomi di giornalisti in carcere. Un elenco che diventa praticamente infinito se si aggiunge a quello degli attivisti politici e sindacali presenti nelle patrie galere.

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Ebbene, tenendo presente questo clima, figlio anche dell’accordo tra il partito di Erdoğan AKP e la formazione di destra ultra nazionalista del MHP, possiamo affermare che il risultato del Referendum, sebbene abbia segnato una vittoria risicata, sia stato in realtà una sconfitta per il Presidente turco. Il Paese oggi non vive quella stabilità sperata dall’establishment governativo, ma, anzi, è in forte fibrillazione, praticamente spaccato in due.

Per vincere, l’esecutivo islamista ha dovuto ricorrere non solo alla massima mobilitazione propagandistica unita alla feroce repressione, ma anche ad operazioni illecite che oggi sono sulla bocca di tutti in Turchia e all’estero. L’ombra dei brogli è calata in maniera inquietante sul risultato referendario. Le tante testimonianze dai seggi si sono sommate alla clamorosa decisione della Commissione elettorale suprema (YSK) che ha affermato fossero valide anche circa 2 milioni e mezzo di schede non timbrate. Ciò ha spinto i maggiori partiti di opposizione, CHP (Partito repubblicano del popolo) e HDP, a non accettare il risultato elettorale. Una convinzione condivisa da tutto il fronte del no, costituito da milioni di persone, le quali in mille modi stanno provando a far sentire il proprio dissenso, tra l’altro scendendo in strada, soprattutto nelle maggiori città del Paese. Un clima di fermento in cui Erdoğan, nonostante l’ancora enorme blocco sociale che rappresenta, e i proclami trionfanti post Referendum, non può dormire sogni tranquilli.

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Arresti durante una manifestazione contro la decisione della commissione elettorale a Usak

Infatti la Turchia è alla prese, tra l’altro, con un periodo di recessione economica che potrebbe aggravarsi, minando fortemente la popolarità del Presidente. Senza dimenticare la situazione regionale in fibrillazione in cui l’esecutivo targato AKP è fortemente invischiato. Realtà che non garantirebbe una tenuta stabile del governo, nonostante i nuovi poteri acquisiti grazie al cambiamento della Costituzione in senso presidenzialista. Inoltre l’alleanza con il MHP è tutto fuorché solida. Una parte della base del partito ultra nazionalista, soprattutto della zone egea, non vede di buon occhio l’allenza con Erdoğan. Così come il bacino elettorale conservatore pro AKP presente in alcune zone del Sudest del paese, a maggioranza curda, potrebbe erodersi proprio a causa dell’unione con un partito fortemente razzista nei confronti delle minoranze quale è il MHP.

Insomma uno scenario per nulla rassicurante per il Presidente della Repubblica la cui posizione in futuro potrebbe seriamente vacillare. La sconfitta subita nelle maggiori città del Paese è un fortissimo campanello d’allarme per Erdoğan. La zona Egea, ma anche quella mediterranea fino al confine con la Siria si è schierata in blocco contro l’opzione presidenzialista. Il Sudest curdo del Paese, malgrado il coprifuoco, la distruzione di intere città e le centinaia di migliaia di sfollati interni, anch’esso ha detto “no” al referendum, confermando l’ostilità all’AKP e il costante appoggio alle formazioni politiche che portano avanti le rivendicazioni di diritti e libertà per il popolo curdo.

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In questo contesto i giochi sono tutt’altro che chiusi e bisognerà mantenere alta l’attenzione su quello che succede in Turchia. Erdoğan alla fine potrebbe spuntarla ancora una volta, consolidando il suo potere per altri lunghi anni, ma sono dietro l’angolo possibili sorprese, che in realtà tali non sono, in quanto la possibilità della ripresa di una opposizione sociale ampia scandita dal rumore delle piazze, così come è stato per le proteste di Gezi Park o per le barricate nelle regioni curde contro le operazioni militari dell’esercito turco, è decisamente reale.

Cosimo Pica

Ph Credits:

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http://www.lavocedinewyork.com

http://siyasihaber3.org

 

 

 

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