«Protestiamo perché il mondo si accorga di quello che accade oggi nelle carceri israeliane», mi spiega Bassem. Vestito bene, una cartellina sottobraccio, una laurea in diritto internazionale all’Università di Betlemme. Bassem non è l’ultimo arrivato, insomma. Una domenica normale, questa, per la sua città: il suq si riempie di gente, qualche gruppo di pellegrini che si avvicina alla Basilica della Natività, il muezzin scandisce le ore. Nel frattempo, a qualche chilometro, la città di Gerusalemme (Ovest) si sveglia nel frastuono. È il primo maggio, la Festa dell’Indipendenza di Israele, e le bandiere sventolano ovunque lungo la via principale. Bassem, lui che per passare il checkpoint 300 tra Betlemme e Gerusalemme ha bisogno di un permesso, non ne sa niente.

Chiacchieriamo seduti in piazza, di fronte ad una birra. «Oggi non sono previste grandi manifestazioni – mi dice – ma l’altro giorno i negozi sono rimasti chiusi». In piazza alcune donne dai veli colorati bevono caffè. Sono sedute sotto una tettoia, circondate da striscioni in arabo. Se le manifestazioni sono finite (per ora), in piazza il Comitato di Resistenza resta. «Basta alla detenzione amministrativa», «più diritti per i palestinesi in carcere», recitano le scritte sui cartelloni. Accanto, l’immagine di due mani incatenate. Non si rassegna, Betlemme. Qualche giorno fa, anche questa cittadina palestinese si è unita allo sciopero generale indetto in tutta la Palestina. A Gerusalemme Est, le serrande sono rimaste abbassate. Si sciopera come atto di solidarietà nei confronti dei carcerati palestinesi, che continuano con la loro protesta non violenta: lo sciopero, ma quello della fame.

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L’esponente di Al-Fatah Marwan Barghouti l’ha indetto il 17 aprile, simbolica giornata del prigioniero. Il ritratto del popolarissimo leader palestinese è dipinto su un tratto del muro che separa Ramallah da Gerusalemme: ha le mani alzate, in manette. Incarcerato dal 2002, con ben cinque ergastoli sulle spalle, Barghouti continua a far sentire la sua voce anche da dietro le sbarre. Quella voce che fa eco, nel vuoto politico palestinese, mentre Hamas e al-Fatah litigano tra loro. E così, dal 17 aprile ad oggi, ben 1500 prigionieri palestinesi si sono uniti in un grido silenzioso e disperato. Ma ormai, a quasi tre settimane dall’iniziativa, la notizia non fa notizia. Da quasi tre settimane i carcerati rifiutano il cibo. Ma, come Bassem, le proteste dei palestinesi difficilmente oltrepassano il muro.

Quanti sono i prigionieri palestinesi nelle carceri dell’IDF e che cosa stanno chiedendo, con questo grido silenzioso? B’Tslem, il Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati, fornisce i dati. Sono circa 6.500 i palestinesi oggi in carcere nelle prigioni israeliane. Uomini, donne e bambini, di cui circa 1.000 in detenzione amministrativa. Detta anche “incarcerazione preventiva“, questa pratica consente alle autorità israeliane di arrestare qualcuno senza capi d’accusa né processo. Per “ragioni di sicurezza”. Nonostante il Parlamento israeliano abbia chiesto al Comitato per la Costituzione, Legge e Giustizia di abrogare la detenzione amministrativa nel 1951, questo non è mai avvenuto. E oggi, sono ancora moltissimi i palestinesi che in Cisgiordania e a Gaza vengono prelevati senza troppe spiegazioni. Ogni palestinese ha un amico, parente, conoscente, figlio, in carcere. O che almeno ci è passato.

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I prigionieri chiedono la fine di questa pratica. Chiedono la possibilità di incontrare i famigliari, la fine delle punizioni di massa, dell’uso della tortura. Chiedono condizioni dignitose per i tantissimi minorenni dietro le sbarre. Insomma: più diritti. Quei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione di Ginevra in vigore dal 1949, i diritti internazionali del prigioniero, violati da Israele.

Mentre chiacchiero con Bassem, la gente inizia a riunirsi intorno al Comitato. Come a Betlemme, a Ramallah, Nablus, Hebron, Jenin. In tutte le principali città palestinesi si protesta. I Comitati di Restistenza, a sostegno di quello che è uno dei più grandi scioperi dei prigionieri mai avvenuti in Palestina, restano in piazza. Punto di ritrovo delle città, anche solo per un caffè solidale. Un caffè a pochi chilometri, a volte metri, da un Israele sordo. Dove nulla si muove. Ma, Bassem non lo sa, il mondo non se ne accorge.

Arianna Poletti

Ph Credits:

Arianna Poletti

Assopacepalestina.org

Francesco Petronella

 

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