Oggi in Yemen è in corso una guerra civile. Già nel 2011, però, la società civile scese in piazza. Come si è passati da rivendicazioni popolari alla lotta armata?

Il 2011 è stato sicuramente un anno tellurico per lo Yemen. Nel 2011 fu rovesciato, infatti, il regime di Ali Abdallah Saleh, presidente per 33 anni, uomo politico scafato, uomo dell’esercito. Saleh è probabilmente l’unico attore politico yemenita capace di fare sedere tutte le tribù del Paese intorno allo stesso tavolo, di governare con polso saldo e di dialogare, allo stesso momento, con la comunità internazionale oltre che di arricchire se stesso e la sua famiglia.  In effetti Saleh ed il suo “sistema” erano e sono bene ramificati in tutte le pieghe della società yemenita. I Fratelli Musulmani, che in Yemen sono rappresentati dal partito al-Islah, ascesero politicamente in tutte le sollevazioni di piazza dei Paesi arabi e, in Yemen, finirono per guidare la rivoluzione. La sollevazione era portata avanti anche da soggetti politici più laici rispetto all’Islam politico.

File photo of Yemen's President Ali Abdullah Saleh addressing pro-government supporters in Sanaa
Ali Abdallah Saleh

hadi
Abd Rabbih Mansur Hadi

Si evitò un esito sanguinoso della rivoluzione formando una Conferenza di Dialogo Nazionale (su spinta ONU e USA) per cercare di tirar fuori lo Yemen dall’impasse. Venne eletto come presidente pro tempore, col benestare dei sauditi, Abd Rabbih Mansur Hadi. Si trattava di una figura esterna all’apparato militare e proveniente da Aden, città dello Yemen meridionale con una sua specificità storica e con forti velleità separatiste. A livello di politiche economiche, nel 2011 il Paese contrasse debiti con il Fondo Monetario Internazionale. L’informazione, notoriamente estremamente controllata in Yemen, si aprì alla formazione di siti e piattaforme di dissenso sia da parte della Fratellanza Musulmana che dei laici. Ma la Conferenza Nazionale, pur comprendendo le istanze più eterogenee della società (donne, giovani), oltre a tutte le rappresentanze tribali, finì per arenarsi nel 2013-2014 su tre punti chiave del previsto referendum costituzionale.

  1. Estradizione ed esilio di Saleh e della sua famiglia e congelamento dei suoi beni;
  2. Smilitarizzarizzazione delle tribù, alla quale si opposero le tribù con velleità separatiste, al Nord (gli Houthi) e al Sud (Hirak);
  3. Federazione dello Yemen;

Il Paese entrò in una fase di stallo, il referendum era ben lontano dall’aver luogo e Hadi iniziò a perdere terra sotto i piedi. Saleh, intanto, iniziò a corteggiare gli Houti e si alleò con loro. Nel frattempo a livello culturale, mentre lo Yemen si indebitava, dall’Arabia Saudita vennero inviati predicatori salafiti in tutto il Paese (specialmente nei campi profughi siriani) e Ansarullah, il partito fondato dalla famiglia di Abdulmalik al-Houthi, con modello Hezbollah e lo sciismo duodecimano, fece altrettanto. Questo creò un humus culturale preparatorio al settarismo. Nel settembre del 2014 gli Houthi insieme alle forze leali a Saleh presero la capitale Sana’a e Hadi scappò prima ad Aden e poi a Sharm el-Sheikh.

Ci sono anche attori internazionali che, direttamente o meno, influenzano oggi la situazione conflittuale?

Innanzitutto ci sono gli attori regionali come l’Arabia Saudita. Basti pensare che lo Yemen importa il 90% dei beni di prima necessità e l’Arabia Saudita non vuole perdere il suo acquirente-debitore principale. L’Egitto è interessato alla zona perché Aden è il fulcro dei commerci di idrocarburi su nave che passano per il Canale di Suez. Il Kuwait ha ospitato diversi incontri per stabilire tregue tra gli attori in campo. L’Oman ha sempre favorito il passaggio di mezzi, uomini e materiali da e verso lo Yemen, del Nord e del Sud. Kuwait e Oman hanno sempre scelto il ruolo di mediatori nella crisi. L’Iran formalmente non ha un’influenza ufficialmente diretta nella zona, ma la vicinanza ideologica e strategica ad Ansarullah è forte. Solo un WikiLeaks ha rivelato, nel 2014, un passaggio di armi pesanti in Yemen con la mediazione del Sud-Sudan ma ufficialmente non c’è di più. Tuttavia, in Yemen, sono circolate per un periodo grandi quantità di denaro in valuta iraniana, che non può trovarsi facilmente sul mercato internazionale: segno che l’Iran non è stato estraneo a interessi sul territorio, anche se non è chiaro di quali commerci si tratti. Sicuramente l’Iran ha lasciato mano libera agli Houthi: il progetto di Ansarullah fa perfettamente gioco all’Iran. Tra gli attori extra-regionali, per la Russia, il fatto che il Nord del Paese rimanga in mano a Saleh e agli Houthi è un aspetto positivo. La Russia gioca infatti in chiave anti-saudita e anti-americana. Gli Stati Uniti, la Francia, Inghilterra, Germania e Italia, vendono armi ai Paesi del GCC che bombardano le aree occupate dai ribelli. Da non sottovalutare, infine, l’interesse della Cina, importante acquirente di gas dallo Yemen, e dell’India che pratica commerci importanti e ha un ruolo chiave nel settore ospedaliero e sanitario in genere.

carta politica yemen

Il caso Siriano insegna che derubricare la guerra civile a conflitto settario è inevitabilmente una semplificazione.  Credi sia una opportuno parlare di conflitto settario in Yemen?

Il conflitto in Yemen non nasce come un conflitto settario ma lo è diventato.  La popolazione in ogni conflitto si polarizza naturalmente: in questo caso, o stai con gli Houthi o con il governo centrale. Non è una questione religiosa, come più volte ho cercato di spiegare: il sunnismo shafi e lo sciismo zaidita in Yemen sono estremamente vicini. Sunniti e sciiti pregano allo stesso modo ed esistono molte famiglie miste. La fitna storica tra sunniti e sciiti c’è, come c’è nel cristianesimo tra cattolici e ortodossi ma è diventata leva per il settarismo politico prima e poi per la guerra solo di recente. I responsabili sono i due Paesi dominanti nella regione: l’Iran da una parte e l’Arabia Saudita dall’altra. Entrambi nella stessa misura e per finalità politiche, economiche e territoriali.

Invece come influisce la composizione tribale della società Yemenita sulla situazione attuale?

Il sistema tribale in Yemen influisce in modo naturale sugli accadimenti politici. Il governo non è altro che una crosta istituzionale imposta a una società che ha già le sue regole, le sue leggi e i suoi equilibri. Hadi, come presidente, non ha e non ha mai avuto la credibilità per poter mettere attorno ad un tavolo di discussione tutti i rappresentanti tribali (cosa che invece Saleh è sempre stato in grado di fare). La composizione tribale è un elemento molto sottovalutato dalle Nazioni Unite e dagli agenti esterni e per risolvere le crisi non si può prescindere da esso. La stessa proposta federalista ha sottovalutato le spinte separatiste ed i candidati proposti da realtà politiche eccentriche non sono stati neanche presi in considerazione. Alcune formazioni tribali, inoltre, sono attratte da Al-Qaeda e questo non può essere sottovalutato. Certo, c’è una domanda di fondo: è possibile ed è lecito sedersi ad un tavolo di trattative con attori che sono listati come terroristi dalla comunità internazionale? Se la risposta è no, è però possibile ignorarli per la risoluzione di una crisi regionale?

I media europei, generalisti e non, hanno dato una copertura adeguata a questo conflitto?

I media italiani, eccetto la politica americana ed europea, si spingono a raccontare solo la Libia, Israele e la Turchia. Diversamente accade nei media internazionali. Per tutti vale comunque il fatto che nel 2011 tutte le rivoluzioni sono state coperte mediaticamente in modo abbondante. La narrativa dominante voleva i Fratelli Musulmani come guida di una transizione inclusiva (sul modello di En-Nahda in Tunisia). Ma dopo la caduta di Morsi in Egitto, la narrazione si è invertita e lo Yemen non ha fatto eccezione: quando soprattutto gli Stati Uniti hanno decretato che la Fratellanza Musulmana non poteva essere in grado di governare ma soprattutto di essere un interlocutore pienamente compiacente agli Stati Uniti e ai suoi alleati Nato, le rivolte sono state improvvisamente definite come fallimentari se non come false o pilotate dai paesi del Golfo.

Tornando allo Yemen, da quando gli Houthi hanno preso Sana’a l’informazione locale è in grande difficoltà. Al Nord i giornalisti vige il controllo-censura di Ansarullah; mentre al Sud i media devono allinearsi sulla narrativa di guerra del governo Hadi e del GCC. I giornalisti stranieri, invece, non hanno il permesso di entrare nel Paese. Anche negli organismi istituzionali a livello internazionale c’è un silenzio assordante. Quando, ad esempio, si parla di Siria in assemblea ONU è tutto un puntare il dito e accusarsi. Quando si parla di Yemen, invece, c’è sempre una certa reticenza ad esprimere opinioni che possano risultare spiacevoli, a pilotare indicazioni sul conflitto e, soprattutto, a listare i Paesi responsabili. Il conflitto yemenita è la faccia silente della medaglia che, sul lato di testa, ha la guerra siriana. Stessi attori e simili esiti ma a ruoli invertiti.

immondizia yemen

Oltre alla complessa situazione politico-militare qual è l’attuale situazione umanitaria in Yemen?

In Yemen c’è una vera e propria catastrofe umanitaria. Si tratta di 16 milioni di persone senza acqua potabile, di cui 8 milioni senza cibo. Tutto questo è causato dal blocco delle transazioni commerciali e degli aiuti umanitari sui porti e gli aeroporti del Nord. La malnutrizione, un problema che precede i fatti del 2011, si è aggravata con l’inasprirsi del conflitto insieme, ovviamente, al tasso di mortalità. Ci sono fenomeni epidemici di colera, dovuti all’accumularsi dei rifiuti che non vengono mai raccolti nelle zone di guerra e nelle città. Questo, di solito, è un particolare scarsamente tenuto in considerazione dagli osservatori. Al contrario la cosa che colpisce immediatamente chi si trova in un teatro di guerra è proprio il grave pericolo dovuto alla spazzatura e alle macerie, cause principale della diffusione di malattie infettive. D’altronde la risposta sanitaria è molto debole per la mancanza di apparecchiature mediche, di medicinali, di ossigeno e antibiotici. Cure basilari come la dialisi diventano impossibili, oltre a costare cifre spropositate. Alla scarsità di mezzi, infatti, si accompagna spesso il fatto che medici, infermieri e personale ospedaliero non vengono pagati, ormai, da otto mesi.

Francesco Petronella

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