Tarab. La poesia araba in musica”, questo il titolo del seminario tenuto martedì 23 maggio all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, introdotto da Monica Ruocco e Oriana Capezio, docenti di Lingua e letteratura araba, durante il quale sono intervenuti due ospiti speciali: Nabil Salameh, artista, cantautore e giornalista palestinese, fondatore del gruppo Radiodervish, docente di Etnomusicologia al Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli, e Simone Sibilio, docente presso IULM a Milano e presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia .

Perché Tarab? Simone Sibilio spiega la motivazione per cui ha scelto di usare questa parola come titolo del seminario. Il tarab non è un genere musicale, ma l’interpretazione musicata del testo da parte di un mutrib, un interprete, che conduce al “rapimento estatico dell’ascoltatore”. Affinché questa tariba, questo rapimento avvenga, è necessario che chi ascolta capisca bene il testo. Un discorso che porta dalla poesia alla musica, senza mai perdere il filo che le tiene indissolubilmente unite. Sibilio elenca tre tendenze di poesia cantata: la prima è rappresentata da Umm Kulthum, la quale incarna la tendenza nazionalista araba, la voce di un popolo che ha sete di libertà. La seconda è la dimensione politica: ciò che la Palestina ha rappresentato per tutti i popoli arabi, in una fase in cui il panarabismo costituiva un’ideologia molto incisiva nelle masse, di cui Marcel Khalife ha cantato i versi della resistenza. La terza dimensione è quella della poesia dialettale, lo zajal, viva ancora in alcuni villaggi della Valle della Beqa’, in Libano, in cui i zajaloun si battono a colpi di versi secondo schemi fissi.

La parola passa a questo punto a Nabil, poeta, cantautore, la persona perfetta per intraprendere un simile discorso, parla di questo incontro come «un incontro necessario per chiunque voglia approcciarsi ad un certo mondo, ad una certa cultura e, di riflesso, all’arabo, una lingua che ha in sé la dimensione dell’estasi, del trasporto, del rapimento, un rapimento “mistico e sensuale” citando un grande cantautore italiano (Franco Battiato, ndr). Questa dimensione del tarab viene proposta sotto due aspetti: quello della musica, componente neutra e trascendentale, e quello del testo, della parola. Il tarab approda, così, nel makam, il luogo, l’essenza della musica araba, il luogo emozionale in cui il cantante vuole attirare l’ascoltatore».

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Salameh continua, parlando dei diversi tipi di makam, ognuno corrispondente a un diverso stato d’animo: quello della nostalgia, della tristezza, dell’orgoglio, o legati all’ambito della sensualità, della femminilità. Luoghi emozionali in cui il mutrib, colui che trasmette il tarab, trasporta chi lo ascolta. In questa magnifica fusione di musica e parole rientra la poesia, “l’ossigeno della lingua araba” dice Salameh, ciò che ha contribuito sin dall’antichità, sin dall’epoca pre-islamica, a formare l’identità, la cultura del popolo arabo. Era l’epoca detta della Jahiliyya, dell’ignoranza, un’epoca in cui i poeti gareggiavano a colpi di versi, si battevano a suon di Poetry slam, competizioni in rima. Il vincitore riceveva la soddisfazione di vedere il proprio componimento appeso, cucito su stoffa in caratteri d’oro, nella Ka’ba. Da questo il nome Mu‘allaqāt: le “appese”. Se gli arabi nell’era pre-islamica erano così devoti alla poesia e alla musicalità, l’avvento dell’Islam e, di conseguenza, del Corano con la sua lettura salmodiata, ha amplificato a dismisura questo legame. La stessa lingua araba porta in sé un certo ritmo, uno spartito unico che suona alla sua lettura, figuriamoci nella poesia.

 È inevitabile, a questo punto, il collegamento che ci porta a uno dei più grandi poeti dei tempi moderni, Nizar Qabbani, che Salameh porta con sé sin dall’infanzia. Cresciuto in una famiglia composta prevalentemente da donne (la madre e sei sorelle), Nabil ricorda di quando, in segreto e con un certo “senso di peccaminosià”, si chiudeva nella sua stanza a leggere le poesie sentendosi colto “in flagranza di reato” ogni volta che qualcuno lo scopriva. La vera sorpresa per lui fu quella di ritrovare sua madre a leggere le stesse poesie con molta tranquillità. Considerato un poeta dello scandalo, perché esploratore di certe passioni amorose, Qabbani condivideva con i suoi colleghi dell’epoca abbaside, come il celeberrimo Abū Nuwās, la sensibilità e il ruolo di precursore dei tempi, uno specchio, uno spazio di libertà e trasgressione. Nabil Salameh, insieme all’arabista Silvia Moresi, ha tradotto per il pubblico italiano Ahla qasa’idi, Le mie poesie più belle, pubblicato nel 2016 per i tipi della casa editrice Jouvence. «Tradurre un poeta arabo vuol dire, innanzitutto, non sostituirsi al poeta» dice Salameh, «mi sono imbattuto spesso in traduzioni in cui il traduttore, per eccesso di autoreferenzialità, andava a finire in una poetica propria. Il ruolo del traduttore è quello di restare nel campo dell’onestà intellettuale, di trasportare il trasportabile con integrità e non inventare altro. Questo è il modo con il quale mi sono cimentato nella traduzione di questo volume di Nizar Qabbani, rispettando la sua poetica. Lo capisco perché mi sono imbattuto anche nella traduzione delle mie poesie, cercando di avvicinare il senso poetico arabo al senso poetico italiano».

Nizar Qabbani

L’intervento della docente di letteratura araba, Oriana Capezio, ci riporta secoli addietro, quando la poetica di Ibn Rashiq e Al-Ma’arri era imprescindibile dalla musica e unita ad essa da un legame indissolubile e ancestrale: un’ interconnessione tra anima e corpo, per cui l’una non può vivere senza l’altro. Ma la forza poetica della lingua araba, afferma Salameh, è stata così dominante da arrivare, o meglio continuare al giorno d’oggi nella scena musicale mediorientale. Forza che non ha avuto la poesia occidentale, probabilmente perché non ha trasmesso la stessa energia musicale. Continua raccontando di quando, nel 1976, sentì per la prima volta la poesia di Mahmoud Darwish, Jawaz el-safar, “Passaporto”, cantata da Marcel Khalife alla radio. Il Libano era in piena guerra civile, Nabil era un ragazzino e ricorda che, per evitare la morte era costretto a non andare oltre un raggio di dieci chilometri da casa, per cui la radio costituiva tutto il suo mondo, il suo passe-partout, il suo passaporto, appunto. Sentire questa canzone, le cui parole conosceva a memoria, era per lui una folgorazione, una cosa così semplice e naturale ma che arrivava dritta al cuore e all’anima in maniera spontanea. «È questa la forza della poesia araba» sostiene Salameh «ha un valore intrinseco che non si può ignorare. È talmente forte, talmente immediato che lo si può cogliere già sentendo il primo verso». A questo punto, chitarra alla mano, Nabil propone un brano del compositore e cantante egiziano Sheikh Imam, il cui testo è composto dai versi del poeta Ahmed Fouad Negm. Masr Yamma Ya Baheiya: una canzone forte, politica, usata spesso durante le manifestazioni di protesta tra gli anni ‘60/’70 e più volte ascoltata e cantata a piazza Tahrir durante i 18 giorni di occupazione nel 2011.

Poesia come protesta, poesia come passione, poesia come amore. Salameh decide di declamare prima in arabo, poi in italiano, i versi della celebre poesia “Lettera da sotto il mare”, di Nizar Qabbani, tratta proprio dall’antologia da lui tradotta. Una voce calda, profonda, espressiva quella di Nabil, trasmette passione, angoscia, disperazione. Caratteristica di questa poesia, come altre, è che come se a parlare fosse una donna, è al femminile, con stile innovativo e rivoluzionario, come se Qabbani avesse voluto immedesimarsi nella donna per vedere attraverso i suoi occhi.

Dalla poesia si passa alla musica. Di fronte all’ esplicita richiesta di cantare qualche sua canzone, Nabil decide di cantare “Birds”, estratto dall’album Human del 2013. Un brano struggente, carico d’amore e malinconia dedicato alla sorella scomparsa, che insieme a un altro bellissimo pezzo, “Lontano”, presente nello stesso CD e dedicato al padre, gli ha permesso di esorcizzare il dolore.

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Nabil è riuscito a ottenere la cittadinanza italiana solo nel 2007, dopo tanti anni trascorsi nel paese come esule. La sua condizione di rifugiato politico è stata terribile: aveva in suo possesso solo un lasciapassare rilasciato dal governo libanese per i profughi palestinesi. «Una cosa ignobile, un prigioniero a cielo aperto, eri trattato come un terrorista. Solo nel 2007 ho potuto esaudire quello che era il mio sogno e il sogno di mio padre, ovvero di andare a Giaffa, per rivivere sulla mia pelle tutte le storie che sentivo narrare dai miei genitori. Ci sono andato per esigenza di cuore». Salameh parla dell’usanza che c’è tra i palestinesi in diaspora di chiedere, a chi può tornare in patria, di prendere un pugno di terra. Terra che sarà posata sotto le loro teste una volta morti, di modo che potranno simbolicamente riposare finalmente sul suolo palestinese.

L’incontro si chiude con un’ultima esibizione canora di Salameh, questa volta a cappella, della canzone “Asfur”, di Marcel Khalife, un omaggio ai prigionieri politici palestinesi che Nabil ha ripreso nel suo primo album “Lingua contro lingua”, del 1998.

Quello con Nabil Salameh è stato un incontro prezioso, un viaggio mirato a introdurre i numerosi uditori presenti in sala allo splendore della poetica araba, alla sua musicalità, alla spiritualità, alla forza che la contraddistingue, una poetica fatta di passioni mistiche, fisiche, politiche.     

Simona Punturello

 

 

 

 

 

 

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