Giornalista affermato e autore di documentari, Ernesto Pagano propone nel libro “Napolislam” un reportage sulle vite di alcuni napoletani convertitisi all’islam. L’autore ci tiene a precisare di non essere partito con l’idea di narrare storie che dimostrino che l’integrazione a Napoli sia possibile. Al contrario l’obiettivo dell’autore è quello di raccontare, semplicemente e senza pretese, le vite di alcuni musulmani.

Il testo, da cui poi è stato tratto l’ omonimo film-documentario per il cinema, è strutturato in otto capitoli incentrati non solo sui protagonisti e su varie personalità incontrate dall’autore durante il suo soggiorno triennale al Cairo, ma anche su un excursus storico sulla Cordova del X secolo, apice dello splendore della civiltà islamica. L’opera è corredata, inoltre, da scambi di vedute con figure di spicco del panorama islamico italiano.

L’islam viene visto dai partenopei intervistati come una struttura che apporta ordine e dignità alle loro vite, definite “vuote” da Francesco Muhammad: «Noi ci ricopriamo di tutte queste cose perché abbiamo un buco da tappare, il buco di Dio». La dimostrazione di ciò è l’estrema attenzione con la quale abitudini, aspetti ed elementi della vita quotidiana vengono incasellati nelle categorie halal e haram, lecito e illecito.

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La scelta della conversione non viene mai presentata come un momento di rottura con la vita passata, ma piuttosto come un elemento di continuità. Ciro Muhammad, professione pizzaiolo, parla di un “tornare all’islam”. Questa è effettivamente l’espressione che usano i musulmani quando si convertono dal momento che è come se fossero sempre stati musulmani, poiché l’islam è l’unico vero credo possibile, nonché espressione della volontà dell’unico Dio che regola indistintamente tutte le vite. D’altro canto lo stesso termine “musulmano” altro non significa che “sottomesso a Dio”.

Durante la lettura ci si accorge che in fondo il motivo che ha spinto gli intervistati ad avvicinarsi all’islam è il loro background caratterizzato da sfiducia e miseria. Sono i diseredati, i senza speranza, quelli che sono talvolta al margine del sistema e che di conseguenza vedono nell’islam un modo per dare senso, ordine e dignità al loro vivere.

Risulta apprezzabile e divertente il modo in cui i protagonisti sfatano luoghi comuni sull’islam: non fa una piega Dino Muhammad quando, nel suo salone di parrucchiere, spiega ad una sua cliente il motivo che sta alla base della poligamia: «Un vero uomo non sfrutta un’altra donna solo per fare i comodi suoi. Ha anche dei doveri, le deve dare un mantenimento». Anche il culto dei santi viene messo all’indice. Infatti, nella Bibbia così come nel Corano, l’idolatria è severamente bandita.

Il tentativo da parte degli intervistati di ricondurre l’islam a categorie interpretative conosciute è un elemento ricorrente in tutto il libro ed anche uno degli aspetti che più colpisce dell’opera . Le vicende narrate non sono tutte esperienze positive; non manca, infatti, il rovescio della medaglia: un esempio tra tanti è quello delle proteste contro la proposta di apertura di una moschea a via Lavinaio. Abitanti del posto e politici locali  si mostrano compatti nel collegare il degrado della zona alla costruzione di una moschea che «non risponde alla domanda di normalità del quartiere».

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«Napoli è una città contraddittoria. Da un lato accoglie e dall’altro respinge». Queste parole riassumono l’atteggiamento del capoluogo partenopeo; un atteggiamento che, verosimilmente, porta alla chiusura della “comunità” islamica che va ad auto-configurarsi come una minoranza. Lo nota l’autore recandosi al raduno dei Giovani Musulmani Italiani a Benevento, invitato per presentare il documentario “Napolislam”. I “giemmini”, tutti musulmani di seconda generazione giovanissimi, sostengono che in loro vi sono ben tre identità: quella di cittadinanza, quella di origine e quella religiosa. Nei vari discorsi che si susseguono, però, sembra che al primo posto essi mettano il loro essere musulmani e usino una dialettica del tipo “noi” e “loro”, quelli normali. Sovente questi giovani subiscono violenze psicologiche e insulti portano la loro identità musulmana, più che quella di cittadinanza, ad emergere con prepotenza.

Questa dinamica fa sì che compattino in una comunità chiusa che stenta, ovviamente, ad integrarsi. Al termine del suo lavoro, l’autore giunge alla laconica conclusione che «Napoli non ha paura del diverso. Al massimo il diverso lo prende in giro, o lo prende a calci. Altre volte gli dà una pacca sulla spalla e lo invita per un caffé. In ogni caso non lo ignora».

Martina Piccolo

 

Ph Credits:

http://www.napoliartmagazine.it

http://www.centaurialibri.it

http://www.lafune.eu

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