Ricorderò il 26 luglio 2017 come un momento epocale, il giorno in cui il Parlamento tunisino ha approvato con 146 voti favorevoli la legge contro la violenza sulle donne. Nonostante la Tunisia venga considerata una pioniera nella difesa dei diritti delle donne in Nord Africa, fino ad oggi non esisteva una legislazione specifica in materia di stupro e violenza domestica. L’emendamento più atteso riguardava l’abrogazione dell’articolo 227 bis del Codice Penale che consentiva a un uomo colpevole di violenza sessuale di sfuggire alla detenzione, sposando la vittima. Sono inoltre compresi numerosi provvedimenti riguardanti lo sfruttamento di minori – punito con la detenzione dai tre ai sei mesi – e misure per contrastare la discriminazione economica e sul lavoro.

L’aspetto che più mi colpisce di questo storico risultato è l’unanimità della votazione: parlamentari del partito islamista Ennahda e del laico Nidaa Tounes si sono espressi entrambi a favore di una legge che segna un concreto progresso per la società civile tunisina. Come sottolineato da Human Rights Watch si tratta di un atto rivoluzionario proprio perché per la prima volta la violenza domestica – sia fisica che psicologica – viene riconosciuta come un reato e non più come un affare privato, riguardante solo la sfera familiare. HRW ricorda, citando un report del 2010, come il 47% delle donne in Tunisia, tra i 18 e i 64 anni, abbia subito violenza nel corso della sua vita. Nelle aree rurali con percentuali di analfabetismo superiori, prevalgono gli abusi di tipo sessuale e domestico. Nei contesti urbani, dove è maggiore il numero di donne istruite e lavoratrici, aumenta il rischio di violenza psicologica e discriminazione sul posto di lavoro. Gli abusi sono più frequenti in un contesto familiare ed intimo, spesso ad opera del partner o di un familiare stretto. Bassissimo, inoltre, il numero di donne che denuncia le violenze subite.

Leggere delle conquiste delle donne tunisine non può che emozionarmi: iniziare a parlare di violenza domestica significa dare un nome a un fenomeno. Definire un problema è il primo, necessario passo per conoscerlo, modificarlo ed eliminarlo. Perché è vero che una legge resta una legge se non accompagnata da una profonda e consapevole presa di coscienza da parte della società, ma è anche vero che la politica è tenuta a prendere posizione di fronte alle questioni sociali.

Mentre applaudo la conquista di queste sorelle d’oltremare, mi volto a guardare all’Italia. Combattiamo da decenni e ancora puoi svegliarti e scoprire che esistono delle attenuanti al reato di stalking, introdotto, del resto, da pochi anni. Che non riusciamo a staccarci dal concetto di maternità vissuto come destino biologico, che è ancora necessario spiegare il significato della parola femminicidio, che una legge come la 194 può, ancora, nel 2017, essere messa in discussione. Dovremmo essere tutti femministi, perché è ancora così difficile farsi comprendere? Perché, invece, di combattere battaglie nuove ci ritroviamo a tenere insieme i pezzi, a sudare perché ciò che è stato già conquistato non venga smantellato?

Perciò, belle Antigoni tunisine, state in guardia. È una battaglia continua, estenuante, dolorosa. Ma non siete e non siamo nella tragedia di Sofocle. Non state correndo verso un destino di morte, voi state conquistandovi la vita.

Caterina Pucci Ferrarese

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