Da Sedici Pagine

Iniziamo dalla fine. Chi governa in Libia oggi e come si è arrivati a questa situazione?

Nel 2011 c’è stata un’azione unilaterale francese voluta dall’allora presidente Sarkozy per mettere le mani non solo sulle risorse energetiche libiche ma anche su altre risorse di cui la regione libica del Fezzan è molto ricca, ossia oro ed uranio. L’Italia ha preso parte alla coalizione per defenestrare Gheddafi ma il principale errore è stato quello di attuare un’azione militare senza alcun piano politico per il dopo. Il nostro paese ha appoggiato il Consiglio Nazionale di Transizione, un organo gestito dai libici che non è riuscito poi a gestire le milizie che intanto si erano formate in Libia. Queste milizie hanno portato alla frammentazione del paese in cui oggi, dopo cinque anni di indifferenza da parte della comunità internazionale, regna il caos. Nel 2014 c’è stata una guerra civile e nel 2015 il paese è stato spartito tra i governi di Tobruk e Tripoli, rispettivamente (semplificando) laico il primo ed islamista il secondo. Con gli accordi di Skhirat del 2015, voluti fortemente dalla comunità internazionale, Serraj viene nominato presidente, sebbene attori stranieri (come Francia, Russia ed Egitto) continuino a sostenere Haftar. La Libia è quindi divisa tra Serraj che governa la parte ovest del paese e Tripoli (anche se fattivamente le milizie in loco neanche rispondono al suo controllo) e Haftar che da Tobruk, nell’est del paese si sta allargando ad occidente verso Bengasi e verso la Sirtica. Tuttavia, in senso pratico, Haftar e Serraj non controllano neanche metà del paese. Il resto è in mano a milizie e gruppi armati. In particolare il Fezzan è dominato non solo dalle bande di trafficanti che lucrano sul traffico di migranti ma anche da gruppi legati ad Al-Qaeda nel Maghreb Islamico a cui si sono uniti membri del gruppo Stato Islamico fuggiti da Sirte dopo la sua caduta.

In una situazione di frammentazione come questa quale ruolo gioca l’elemento tribale?

La tribù è l’elemento fondante della Libia ed esiste sin dai tempi dell’impero ottomano. Le tribù hanno avuto un ruolo importante anche durante la conquista italiana poiché alcune di esse si sono alleate con gli italiani mentre altre hanno combattuto contro la colonizzazione. Gheddafi ha gestito le tribù con un sistema di power-sharing tramite il controllo delle rendite petrolifere finalizzato a convogliarne il consenso. Oggi le tribù sono uno dei punti di riferimento della popolazione che si riconosce nell’appartenenza prima alla tribù e poi allo stato. Esistono oggi 140 tribù a cui si sono unite le milizie che ne costituiscono, talvolta, il braccio armato.

4-Libia-politica-ok
Cartina da Limes, rivista italiana di geopolitica

Quanto è importante conoscere il contesto regionale per capire la situazione in Libia e quale ruolo gioca la Libia nel contesto regionale?

Quando parliamo della destabilizzazione della Libia lo facciamo solo concentrandoci sulle conseguenze in termini di migranti che arrivano sulle nostre coste e ci sfugge quanto questa instabilità renda i confini libici estremamente porosi. Entrano ed escono dal paese, infatti, flussi di jihadisti e questo condiziona le politiche degli attori regionali. Ad esempio l’Egitto, che è già un paese fragile in cui si contano 30 organizzazioni jihadiste censite dal governo, sostiene Haftar per contenere l’ingresso di jihadisti dalla Cirenaica ed in particolare dalle Montagne Verdi (storicamente teatro di basi logistiche per il reclutamento e l’addestramento di combattenti). Anche l’Algeria, il cui governo sembra stabile pur non essendoci notizie certe sulla sorte del presidente Bouteflika, deve contenere la minaccia jihadista proveniente dalla Libia (si parla di 100 arresti quest’anno). La destabilizzazione della Libia, infine, interessa anche la Tunisia che, seppur considerata “l’eccezione felice” delle primavere arabe ha ancora dei problemi endemici. Inoltre proprio la Tunisia ha esportato il numero più elevato di combattenti jihadisti specialmente dalle zone più povere del paese dove la fascinazione jihadista dai paesi vicini riesce ad attecchire meglio.

Se l’Egitto, come già detto, sostiene Haftar, Tunisia e Algeria supportano in maniera piuttosto ondivaga finora la soluzione proposta dall’ONU, fermo restando che l’Algeria dialoga e sostiene anche Haftar. Un coinvolgimento maggiore di questi due paesi in qualità di mediatori nei futuri accordi politici potrebbe essere un passo importante per cercare di avviare un dialogo politico.

Veniamo all’Italia. L’incontro organizzato il 25 luglio da Macron tra Serraj e Haftar è stato descritto da molti titoli di giornale come un clamoroso autogol italiano. E’ davvero così?

Io non lo interpreto così. È sicuramente una vittoria personale di Macron a livello di immagine ma anche un osservatore distratto capirebbe che dietro questa intesa di facciata c’è ben poco a livello di contenuti ed anche che questo incontro non può portare nel breve termine ad una stabilità della Libia. Questo perché innanzitutto Serraj e Haftar, come già detto, rappresentano solo una parte della Libia; Serraj, inoltre, è andato all’incontro del 25 luglio a titolo personale e senza l’appoggio né del consiglio presidenziale, né dei gruppi tripolini, né delle milizie, in particolare quelle di Misurata che, forti di quarantamila uomini, hanno il vanto di aver cacciato Daesh da Sirte. Inoltre, tra i punti discussi durante l’incontro si è parlato della creazione di un esercito unico (a guida Haftar?); elezioni (sì, ma quando?). Qualora si svolgessero libere elezioni in Libia sarebbe una cosa molto positiva per il paese; tuttavia è quasi scontato l’affermarsi di Haftar o comunque dell’est del paese. Serraj, infatti, conta pochissimo e si tratterebbe, comunque, di elezioni promosse dalla Francia (che supporta Haftar). Questo esito porterebbe alla sollevazione di vari gruppi islamisti che vedono Haftar come il fumo negli occhi e ci sarebbe un’altra guerra civile.

Per l’Italia, a mio avviso, l’incontro del 25 luglio non è stato un autogol se non a livello d’immagine. Il nostro paese può ancora avere un ruolo in Libia per due motivi. Macron non conosce la Libia e lo dimostra il fatto che ritenga sufficiente patrocinare un incontro tra Serraj e Haftar per pacificare il paese. Lo dimostra anche la proposta, emersa durante l’incontro, di creare degli hotspot in Libia. Tutto questo dà l’impressione che elementi cruciali come il ruolo delle milizie e la “territorialità” libica non siano conosciute dal premier francese. L’Italia invece conosce bene la realtà libica anche grazie ad ENI, la quale ha a che fare con le milizie e con i vari gruppi sin dal 2011. Inoltre, sempre l’Italia, ha aperto un’ambasciata a Tripoli che costituisce l’unico contatto diplomatico occidentale nella capitale dell’ovest libico. Il ministro Minniti si dimostra attento a vari attori sul territorio. Il problema è che il governo italiano sta sostenendo apertamente Serraj che, come già detto, conta fino a un certo punto. Si dovrebbe dialogare di più anche con Haftar, considerando inoltre che l’Italia ha riaperto il suo ufficio visti a Tobruk. Questo governo si sta mostrando efficace nella diplomazia ma dovrebbe impegnarsi di più nella concretizzazione del lavoro svolto, altrimenti si concede facilmente un punto ad altri attori, come la Francia in questo caso.

French President Emmanuel Macron stands between Libyan Prime Minister Fayez al-Sarraj and General Khalifa Haftar, commander in the Libyan National Army (LNA), after talks in La Celle-Saint-Cloud near Paris
Da sinistra: Fayez Serraj, Emanuel Macron e Khalifa Haftar

Un nodo fondamentale è quello della questione “migranti”. Qualche giorno fa pare sia stata lanciata la nuova missione italiana in Libia per fornire “supporto operativo alla Guardia costiera libica”. Macron ha annunciato la creazione di hotspot in loco per impedire le partenze. Dopo i numerosi e desolanti rapporti sul trattamento dei migranti in Libia, c’è da fidarsi?

Stando così le cose non ha assolutamente senso pensare di poter agire in loco aprendo degli hotspot in un’area praticamente in preda all’anarchia. Pensiamo all’area di Tripoli, dove presumibilmente si andrebbero a stabilire gli hotspot e dove il controllo di Serraj praticamente non arriva. Nella zona ci sono molte milizie e trafficanti di esseri umani con cui la guardia costiera stessa è spesso collusa. È probabile che il giorno dopo la costruzione dell’hotspot ci siano scontri tra milizie e chi gestisce gli hotspot (italiani o francesi che siano) potrà rispondere al fuoco? Le regole d’ingaggio non sono chiare da questo punto di vista. Inoltre Haftar, con cui avremmo dovuto dialogare, ha dichiarato che, dal suo punto di vista, questa è chiaramente un ingerenza straniera in territorio libico.

Per quanto riguarda la gestione della “accoglienza” in Libia, è ormai noto come funziona. I migranti arrivano dal sud in Niger, nell’area di Agadez, dove vengono venduti a trafficanti che li trasportano nel Fezzan libico dove vengono rivenduti per arrivare sulla costa. Qui vengono collocati in 34 centri di detenzione di cui, secondo l’Unicef, 20 sono gestiti dalle autorità libiche. La domanda è, quali autorità libiche?

Ergo, sia gli hotspot che qualsiasi azione sul territorio è da rimandare rispetto alla stabilizzazione del paese. Per quanto concerne la missione, Serraj ci ha chiesto un aiuto il 23 luglio con una lettera che il Copasir dovrebbe rendere pubblica. I nostri compiti sembrano finora piuttosto ambigui, soprattutto senza accordarsi con Haftar ed altri gruppi piuttosto che con il solo Serraj.

Concludiamo dall’inizio. Quanto influisce il passato coloniale sulla situazione presente in Libia e in tutto il nord-africa?

Ai miei studenti mostro sempre una cartina del Medio Oriente per far notare loro quanto i confini siano netti poiché tagliati a tavolino. Dagli accordi Sykes-Picot, alla divisione della Libia fatta dagli Italiani a tutto il periodo coloniale e post coloniale, l’occidente ha piantato i semi delle destabilizzazioni future. Dannosi sono stati anche gli interventi successivi come quelli in Afghanistan e Iraq. Quest’ultimo è un esempio emblematico. Sergio Romano aveva scritto nel suo libro “Con gli occhi dell’Islam” che gli americani non hanno mai capito che l’Iraq non è un paese, bensì un mosaico di gruppi etnici e religiosi assemblati da Churchill durante la conferenza del Cairo per assicurare carburante alla flotta britannica. Questo per dire che l’occidente è stato colpevole prima e dopo. Per tornare alla Libia, forze europee hanno avuto la pretesa di modificare nel 2011 un assetto locale certamente sbagliato (Gheddafi era un dittatore sanguinario senza alcun dubbio) ma senza alcun progetto politico per il dopo, così come non c’è stato in Iraq e come, presumibilmente, non c’è per il futuro della Siria.

 

Francesco Petronella

 

 

Annunci